Con il Cultural Compass for Europe, la Commissione europea prova a colmare una lacuna strutturale della costruzione europea: l’assenza di una vera strategia integrata per la cultura. Non è la prima iniziativa nel campo, ma è la prima che ambisce esplicitamente a posizionare la cultura come policy cross-cutting, al pari di clima, digitale o coesione.

Il timing non è casuale. La Comunicazione da corpo ad una delle priorità della corrente legislatura e, soprattutto, nella preparazione del Quadro finanziario pluriennale 2028–2034, dove si giocherà la credibilità operativa del Compass. Senza un ancoraggio finanziario, il rischio è quello già visto in altri dossier: una strategia ambiziosa, ma priva di leve reali.

Il parere del Comitato economico e sociale europeo (CESE), adottato a fine aprile (A Culture Compass for Europe | EESC), entra direttamente in questo spazio politico. La proposta di fissare un target del 2% del bilancio UE per la cultura non è solo una rivendicazione settoriale, ma un tentativo di inserire la cultura nella logica emergente dei “spending targets” trasversali, già sperimentata su clima e sociale. Se accolta, avrebbe implicazioni concrete nella costruzione dei programmi, dall’Heading 1 (NRPP/cohesion) all’Heading 2 (Horizon, Erasmus+, competitiveness instruments) fino all’Heading 3 (Global Europe).

Il Compass si muove infatti lungo tre assi principali. Il primo è quello della resilienza democratica. In linea con altre iniziative recenti – dal Democracy Shield alla regolazione delle piattaforme – la cultura viene esplicitamente inquadrata come strumento di contrasto a disinformazione, polarizzazione e interferenze esterne. Il passaggio non è solo retorico: implica una maggiore integrazione della cultura nei dispositivi di sicurezza democratica, inclusi quelli digitali.

Il secondo asse è economico. Le industrie culturali e creative sono riconosciute come uno degli ecosistemi industriali europei, ma con caratteristiche atipiche: alta frammentazione, forte presenza di microimprese e lavoratori autonomi, asset prevalentemente immateriali. Il CESE insiste sulla necessità di adattare gli strumenti finanziari a questa struttura, chiedendo una mobilitazione più sistematica di European Investment Bank e European Investment Fund e valutando la creazione di una finestra dedicata per cultura e creatività nel quadro della competitività.

Il terzo asse riguarda la transizione digitale. Qui il dossier si interseca con uno dei nodi più sensibili dell’agenda europea: l’impatto dell’intelligenza artificiale generativa. La posizione del CESE è chiara: senza un intervento mirato, il rischio è un trasferimento di valore – a gratis – dal settore culturale alle piattaforme tecnologiche. Da qui la proposta di sviluppare un mercato europeo delle licenze per i dati culturali, accompagnato da linee guida settoriali nell’attuazione dell’AI Act e da strumenti per garantire remunerazione equa e tutela della proprietà intellettuale.

Sul piano della governance, il Compass rafforza il riferimento al “Dialogo strutturato”, ma il dibattito interistituzionale si sta già spostando su un livello più ambizioso. La proposta di una European Cultural Platform permanente mira a istituzionalizzare il coinvolgimento di stakeholder, autorità locali e attori economici, superando la logica delle consultazioni ad hoc. In termini di policy design, si tratterebbe di un passaggio verso modelli di co-creazione più stabili, già sperimentati in altri ambiti.

Il vero punto di frizione, tuttavia, emerge sulla Dichiarazione interistituzionale proposta. Nella sua versione attuale, il testo omette uno dei quattro pilastri del Compass: la dimensione internazionale. Un’assenza che ha già sollevato critiche, anche perché arriva in un momento in cui l’UE sta ridefinendo il proprio posizionamento globale tra allargamento, guerra in Ucraina e nuove iniziative regionali come il partenariato mediterraneo. Il CESE chiede esplicitamente di reintegrare questo pilastro e di collegarlo a un ambizioso e dettagliato action plan per le relazioni culturali internazionali, con priorità regionali e un ruolo rafforzato della società civile. Il tema è tutt’altro che marginale: riguarda il modo in cui l’UE utilizza la cultura come leva di soft power e come strumento di proiezione dei propri valori.

A questo si aggiunge una questione di equilibrio istituzionale. La Dichiarazione è pensata come atto congiunto di Commissione, Consiglio e Parlamento, ma si moltiplicano le richieste di un endorsement più ampio, che includa anche organi consultivi come CESE e Comitato delle Regioni, oltre agli stakeholder culturali. Un allargamento che riflette la natura stessa della policy culturale, difficilmente riconducibile a un perimetro puramente istituzionale.

Nel complesso, il Cultural Compass si configura come un test di credibilità per l’agenda europea. La traiettoria è chiara: integrazione della cultura nel mainstream delle politiche UE, rafforzamento della sua dimensione economica e democratica, maggiore apertura alla dimensione globale. Ma la variabile decisiva resterà l’allineamento tra ambizione strategica, scelte di bilancio e architettura di governance. La strada sarà impervia, ma la determinazione della Commissione e di tutte le istituzioni si è confermata molto determinata.

Per la policy community europea, la questione non è più se la cultura debba avere un ruolo strategico, ma se e come l’UE sia in grado di trattarla come tale nel corrente ciclo istituzionale, con le azioni di implementazione conseguenti.

*Luca Jahier, già Presidente del CESE e relatore del parere

, ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *